n host

Afghanistan, la soluzione islamica

Posted on ottobre 18, 2009
Filed Under Religione, Società | Leave a Comment

Il problema afghano, che era caduto nell’oblio dell’opinione pubblica, torna a suon di morti al centro delle questioni di politica estera dell’Occidente. E sembra esserci accordo unanime nel prolungare l’invasione.

Ma molto interessante e decisamente fuori dal coro è quanto scritto nelle colonne del Tribune da Abolhassan Bani-Sadr, il primo presidente della storia repubblicana dell’Iran attualmente rifugiato politico in Francia.

Il primo dato che rileva è un semplice rapporto di proporzionalità diretta: più soldati stranieri, più terroristi, più morti. Il modo per spezzare questo circolo vizioso, che protrarrebbe la guerra di anni e anni, è posare le armi e fare un’analisi culturale della situazione dell’Afghanistan. “Ciò di cui la nazione ha bisogno”, afferma Bani-Sadr, “è un’interpretazione dell’Islam che abbracci libertà e diritti umani al posto di violenza e oppressione tribale. Tutto il resto è un band-aid”, cioè un palliativo, una cura che non risolve il problema nella sua complessità. Bisogna soppiantare, continua, l’attuale predominante interpretazione dell’Islam misogina e violenta con una alternativa. Il nocciolo della questione è che gli afghani “hanno capito di essere al servizio della religione, e non viceversa”; se è vero questo, è chiaro che la battaglia si gioca non sul campo fisico, ma su quello culturale, in particolare religioso.

Bani-Sadr auspica il recupero del pensiero e della prassi islamica repressa, “come il concetto di Tawhid”: Tawhid è una parola araba che sta per “unità”, e indica “una visione del mondo che concepisce l’esistenza come una singola forma”, cioè come “una sola vita e un organismo vivente che possiede volontà, intelligenza, sentimento e scopo”. Bani-Sadr la definisce “encompassing existence”, difficile da rendere in italiano; si sta parlando comunque di un organismo unico e unitario, che comprende in sé (encompassing) ogni singola esistenza. Il concetto di Tawhid, interpretato in questo modo, ricorda molto un versetto di Paolo di Tarso, a dimostrazione che le differenze tra sistemi religiosi (soprattutto fra quello cristiano e quello islamico, che hanno la stessa radice ebraica) non sono poi così marcate da giustificare conflitti e tensioni: “in Lui (Dio) viviamo, ci muoviamo e siamo” (Atti 17,28). Da questa divina esistenza onnicomprensiva deriva direttamente il principio del rispetto della pluralità, poiché altrimenti la sacra unità delle differenze verrebbe “danneggiata dal conflitto e dalla separazione”. Con questa chiave interpretativa, l’esercizio della violenza e del dominio diventa anti-islamico e contro la fede. Anzi: “l’espansione della libertà e dello sviluppo”, scrive Bani-Sadr, “è considerata il sentiero per il divino”. E il riconoscimento della libertà apre al diritto di autodeterminazione individuale: “tutte le forme di censura fra l’io e la società devono essere rimosse, perché sono ostacoli sul sentiero della realizzazione”; “affrontare tutte le forme di dominazione… è una responsabilità etica”.

Lo stesso concetto di jihad, usato ed abusato dai mezzi di comunicazione, è recuperato da Bani-Sadr e riletto all’interno del Tawhid: non si tratta più di guerra al cristiano e all’ebreo, ma di battaglia politica, intellettuale e spirituale per liberare l’Islam dalla prassi della violenza e della coercizione.

In sostanza ciò che si auspica per l’Afghanistan è un rinascimento dell’Islam, che possa soppiantare l’attuale modello interpretativo un sistema di pensiero libero e rispettoso dei diritti umani, in particolare il diritto di partecipare alla vita politica, il diritto di praticare differenti lingue, culture e religioni e il diritto alla pace attraverso l’assenza della dominazione. Solo quando l’Islam diventerà una religione di libertà l’Afghanistan non costituirà “una minaccia per nessuno, nemmeno per il suo stesso popolo”. E la responsabilità della rivoluzione culturale invocata è affidata agli afghani più giovani, che rappresentano il 70% della popolazione.

Nel caso in cui attualmente in Afghanistan non ci fossero le condizioni necessarie per il fiorire del rinascimento islamico, “le forze globali e regionali circostanti devono agire rispettando il principio di ‘equilibrio negativo’ per il quale nessuna nazione può interferire negli affari dell’Afghanistan”. Questa è una forte critica alla linea della politica estera occidentale. Se non si rispetta il principio dell’equilibrio negativo, si va giocoforza verso la guerra perpetua.

A questo punto la domanda è: siamo sicuri che i governi dei Paesi invasori hanno realmente come unico scopo il raggiungimento della pace?

Comments

Leave a Reply




  • Cloud

  • Tag