Stoicismo, Maimonide e Rinascimento nel giardino dell’Eden – un’interpretazione
Posted on settembre 13, 2009
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Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo fiume si chiama Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avìla, dove c’è l’oro e l’oro di quella terra è fine; qui c’è anche la resina odorosa e la pietra d’ònice. Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate. Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti». Poi il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile». Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutte le bestie selvatiche, ma l’uomo non trovò un aiuto che gli fosse simile. Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta». Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna.
Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. Poi udirono il Signore Dio che passeggiava nel giardino alla brezza del giorno e l’uomo con sua moglie si nascosero dal Signore Dio, in mezzo agli alberi del giardino. Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto più di tutto il bestiame e più di tutte le bestie selvatiche; sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». Alla donna disse: «Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà».
All’uomo disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare, maledetto sia il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai l’erba campestre. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!».
Genesi 2.7,25 – 3.1,19
Una interessante interpretazione di questo passo ci è data da Maimonide (1138 – 1204) nel capitolo II del libro I della Guida dei Perplessi. La lettura che ne dà è mossa dalla necessità di smentire altre opinioni a riguardo, considerate eretiche. Maimonide espone “l’assurda tesi” eretica di alcuni “dotti” secondo cui da una colpa (quella di aver disubbidito all’ordine divino) l’uomo ne uscì con una perfezione in più: l’intelletto, che prima non aveva. Infatti, i sostenitori di questa “folle teoria” osservano che prima del peccato, Adamo ed Eva erano come animali, mentre solo dopo riescono a distinguere il bene dal male (ad esempio nel testo si dice “si accorsero di essere nudi”).
Il dotto ebreo invece sostiene l’esatto opposto, ma con argomentazioni molto vacillanti. L’intelletto è già posseduto dall’uomo, “ed è a causa sua che Dio si rivolge a lui e gli dà ordini”; “infatti, non si danno ordini alle bestie”, ed è “per mezzo dell’intelletto che si distingue il vero dal falso”. Insomma, impaurito da un giustificato ritorno del Deus sive Natura, Maimonide si sbilancia verso dimostrazioni risibili; è chiaro a tutti che alle bestie si danno ordini, quantunque non posseggano la nostra stessa capacità di distinguere il bene dal male. L’altra prova scovata nelle Scritture che dovrebbe suffragare l’ipotesi di un intelletto pre-esistente al peccato originale è il versetto “ad immagine e somiglianza di Dio”; ma questo non implica necessariamente un intelletto; è plausibile anche pensare che per “somiglianza” si intenda sympatheia, com-motus e quindi armonia, cosmos. D’altra parte il soffio (pneuma) con cui Dio vivifica Adamo ricorda moltissimo il soffio vitale (pneuma) degli stoici, lo spirito divino con cui Dio permea e dirige ogni essere, vivificandolo. Allora si può guardare il mito di Adamo ed Eva sotto un’altra luce: originariamente le due creature erano in Dio e Dio era in loro (“in Lui infatti viviamo, ci muoviamo e siamo”: Paolo di Tarso in Atti 17.28), ed ogni cosa si muoveva secondo un ordine determinato e prestabilito. Dio era in ogni cosa e la governava: gli “ordini” che si menzionano in questo passo della Genesi non sono altro che leggi di natura, che hanno lo scopo di conservare l’armonia mundi. Dio è Natura, e i suoi comandamenti sono i principi che la governano. Con l’atto di ribellione i due uomini spezzano le catene della fatalità e si destano dall’unità con la Natura. Per Maimonide, la ribellione getta l’uomo in uno stato di animalità, cosa che in un certo senso è vera; ora deve faticare per vivere, e la sua esistenza viene limitata dalla morte. Per il suo oppositore invece, disertando il comando divino, Adamo ed Eva si sono guadagnati l’intelletto, che è qui inteso come facoltà di distinguere bene e male. E in un certo senso, anche questo è vero. Osservando meglio il tutto, si possono ricavare alcune considerazioni: nella fase ante-peccato, l’uomo non possiede la facoltà di distinguere il bene dal male per il semplice fatto che non c’è bene e male, ma solo un divenire divino a cui gli uomini sono soggiogati. Si tratta di un determinismo, in cui gli avvenimenti non possono procedere in un modo diverso da come accadono, e di conseguenza, non essendoci scelta, non si può discernere il bene dal male. Questa può essere considerata una condizione di animalità, perché l’uomo è privo di volontà autonoma e ricopre il misero ruolo di ingranaggio nel grande meccanismo naturale. Nella fase posteriore al peccato, invece, l’uomo rompe il totale soggiogamento naturale (=divino) e si guadagna il potere dell’arbitrio; pur restando dentro il ventre della Natura, una parte di esso esula e le si oppone. La libertà di scelta però comporta un’enorme responsabilità, e getta l’uomo “nell’inferno” dell’insicurezza e del dubbio, in una realtà del tutto priva d’appoggio (la caduta dall’Eden). E proprio in un mondo privo di sicurezze e ricco di scelte ha senso la facoltà intellettiva della distinzione fra il bene e il male.
Maimonide insiste sulla regressione allo stato di animalità citando Salmi 49,13: “un uomo non continua ad essere onorato per sempre; è simile alle bestie che scompariranno”; ma dimentica l’idea rinascimentale implicita nel testo, per il quale la caduta dall’Eden non è altro che un monito ad una libertà responsabile.

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